Je suis encore Charlie

Charlie siamo noi

Charlie siamo noi

3700: sono i tweet d’odio individuati dalla polizia postale e inneggianti alla djihad.

4500: i poliziotti supplementari incaricati di proteggere le scuole ebraiche e le sinagoghe sul territorio francese, oltre ai gendarmi che già c’erano prima, perché come ha ribadito il tragico massacro di Mohammed Merah a Tolosa, l’antisemitismo non data di ieri, né dell’altro ieri.

C’é un comico, Dieudonné, che ha detto: “Io sono Charlie Coulibaly”, convinto di essere irresistibilmente simpatico.

Ci sono quelli che su facebook postano il video del poliziotto ucciso esclamando con tanto di selva di punti esclamativi: “E’ un falso! Non si vede il sangue!”. Andatelo a dire alla vedova, dico io.

Ci sono quelli che guidano all’inglese, sempre a sinistra della sinistra, e dicono: “E’ tutta colpa del sistema occidentale!” e i forcaioli a destra della destra che inneggiano al ritorno della ghigliottina. Se fossi in Robespierre e quello ghigliottinato dopo di me fosse un bieco terrorista, sarei profondamente indignato.

Ci sono quelli che non amavano Charlie Hebdo e allora dicono di non essere Charlie. Anch’io preferivo i Rolling Stones ai Beatles, eppure ho provato empatia per i famigliari e i fan sconvolti quando hanno ucciso John Lennon. E non conoscevo neppure “Lucy in the sky with diamonds” a memoria. E’ vero, in tanti non sapevano nemmeno chi fossero Charb, Cabu, Tignous o Wolinski, ma questo li esclude per forza dal sentimento di solidarietà e di empatia verso fumettisti massacrati perché colpevoli di abbozzare faccine buffe non gradite a qualcuno?
Molti numeri, molti fatti e molte persone fanno capire che effettivamente non siamo tutti Charlie.

In molti poi giustamente si indignano perché “Parigi sì, la Nigeria no”, criticando la copertura mediatica senza precedenti riservata ai fatti francesi e i lanci d’agenzia striminziti riservati alle migliaia di morti caduti sotto le armi di Boko Haram. E’ giusto, dà da riflettere, ci aveva già riflettuto a lungo Susan Sontag quando scrisse il bel libro “Il dolore degli altri”, analizzando la considerazione portata ai nostri morti e a quelli di altrove.

Davanti alla redazione di Charlie Hebdo

Davanti alla redazione di Charlie Hebdo nel giorno dell’assalto

Ma, viste da qui, le cose si percepiscono con un altro punto di vista. I Francesi piangono i fumettisti uccisi perché facevano parte di quella grande famiglia di valori, di personaggi, di luoghi e di cose scritte o lette che ci si porta dietro dall’adolescenza. Una sorta di grande Smemoranda collettiva dove appiccichi la foto di te in costume da bagno in Thailandia, un disegno irriverente di Charb e magari una donna nuda di Wolinski. Quel diario intimo è stato bruciato, strappato, fatto a pezzi. E la gente ha voglia di piangere.

E poi i poliziotti. Clarissa originaria della Martinica e Ahmed originario del Maghreb. Qui durante la parata annuale del 14 luglio, i pompieri e i poliziotti di quartiere sono sempre salutati con un lungo applauso riconoscente. Li hanno fatti fuori come cani.

E i ragazzi ebrei uccisi all’Hipercasher. Quattro fra cui Yoav Hattab, 21 anni e un sorriso bellissimo che non vedremo più, figlio del Gran Rabbino di Tunisi. Un delitto antisemita, odioso fra gli atti più odiosi, che apre squarci dolorosi sul ricordo dei bimbi uccisi da Merah a Tolosa, sulla bomba nel ristorante kosher Goldenberg al Marais e, ancora più indietro, sulla retata del Velodromo d’Inverno, ai tempi dell’Olocausto. “La Francia non sarebbe la Francia senza la comunità ebraica”, ha detto Manuel Valls, e ha ragione. E Parigi non sarebbe Parigi senza il suo melting pot etnico e culturale che ne fa un arcobaleno di lingue, costumi e tradizioni.

4 milioni di Francesi in piazza

4 milioni di Francesi in piazza

I Francesi scendono in piazza volentieri. Voltaire non ha solo insegnato ai giornalisti a scrivere liberamente, ha anche insegnato alla gente comune a battersi e a farsi sentire per le cose in cui crede.
Domenica erano quattro milioni. A Parigi il corteo doveva andare da Place de la République a Place de la Nation. Solo che, alla fine, non c’è quasi stato corteo, perché le strade erano talmente affollate che non c’era un metro quadro su cui marciare. In molti hanno vissuto la giornata sugli scalini della metro da cui erano usciti. Place de la Nation é immensa. Eppure neppure un centimetro di asfalto era libero, c’era gente persino sugli alberi, in bilico sulle pensiline degli autobus, le aiuole erano stipate che neanche Woodstock. E quando qualcuno ha cominciato a cantare la Marsigliese è stato un boato, un boato indescrivibile che ha provocato un terremoto nei timpani e nell’anima. Le lacrime scivolavano sulla spalla del vicino.

Le lacrime scivolavano sulla spalla del vicino

Le lacrime scivolavano sulla spalla del vicino

Ora è già il dopo e ci si deve chiedere quale lezione imparare, che soluzioni mettere in atto per proteggerci dall’incubo terrorista, un incubo ben presente malgrado qualche giornalista o qualche politico incauto che continua a minimizzare parlando di complotti occidentali, di cellule isolate, di disagio giovanile o menate simili.

L’imam di Drancy, colpevole di predicare la pace fra le religioni e di aver condannato gli attacchi terroristi senza se e senza ma, è protetto da quattro guardie del corpo e riceve costanti minacce di morte. Forse basta questo a dire che effettivamente è necessaria una presa di coscienza più profonda da parte dell’Islam moderato. Sono già numerosi gli imam che collaborano con le forze dell’ordine ma i fenomeni di radicalizzazione si sviluppano in maniera sempre più preoccupante.

I famigliari di Coulybaly si dissociano dalle azioni del figlio. Provo empatia per loro e posso solo immaginare ciò che stanno subendo; però, accidenti, il loro ragazzo non è andato a fumare di nascosto, faceva andirivieni dalla Siria dove si recava per addestrarsi ad ammazzare gente. Dov’erano i famigliari, la cerchia di amici, l’imam di quartiere, quando questo accadeva?

E’ indubbio che sia necessaria più coesione, più impegno, più lucidità da parte di tutti. E’ chiaro che l’Islam sia un pretesto (e che i “dagli al musulmano” dei vari Salvini sparsi nel mondo siano pura strumentalizzazione politica), basta vedere che questi ragazzi – da Merah che faceva testacoda su una grossa BMW ai soldati dell’Isis coi loro rumorosi pick-up e al loro capo con al polso un Patek Philippe da decine di migliaia di euro – siano in realtà “malati di occidente e di status symbol” più di molti altri. L’Isis é visto un po’ come una terra promessa dove chi qua non è nessuno, lì diventerà qualcosa (e sarà supportato economicamente).

Su tutto questo c’è poi la cauzione divina fornita dagli imam invasati che benedicono le loro azioni. Di “eroi contro il sistema” si parlava già ai tempi delle Brigate Rosse. La dinamica non è poi così diversa, con il pretesto religioso in più. Bisogna capire e cercare di smantellare una ad una le motivazioni che portano questi ragazzi a queste derive. Sarà un compito difficilissimo.

Charlie Hebdo, tout est pardonné

Il numero in edicola oggi

Oggi è in edicola il nuovo numero di Charlie Hebdo, creato dal gruppo di vignettisti sopravvissuti all’attacco. Come previsto, coda alle edicole fin dalle sei del mattino. Speriamo ci insegnino di nuovo a sorridere.

Code alle edicole, non solo a Parigi

Code alle edicole, non solo a Parigi

Intanto, un segnale dal cielo Charb e compagnia lo hanno già mandato: in quella cacca di piccione finita sulla spalla del Presidente Hollande nel preciso e solenne momento in cui il Capo di Stato stava per abbracciare il vignettista superstite Luz.
Il quale ha completamente desacralizzato la scena scoppiando a ridere come un bambino.

Grazie Charlie.