La vera storia del vuoto a rendere

Circola nuovamente in rete un video che mostra due turisti italiani in Germania che, restituendo bottiglie di plastica vuota ad un supermercato, ottengono in cambio del denaro. Ovviamente si sprecano i commenti su come all’estero le cose vadano meglio, sul fatto che noi italiani i rifiuti li paghiamo invece di ottenerne del denaro e via dicendo, in un bagno di populismo ed in parte di ingenua ignoranza.

Ma è davvero così? Vediamo come funziona il sistema del “vuoto a rendere”.

Il vuoto a rendere implica che al momento dell’acquisto vi verrà addebitata una cifra di cauzione, che vi verrà restituita al momento in cui restituirete il contenitore. Ad esempio se comprate una bottiglia di bibita, che costerebbe 1 euro, pagherete 1,25 euro. Nel momento in cui porterete indietro la bottiglia vuota vi verranno restituiti quei 25 centesimi di cauzione che avete pagato.

Questo per sfatare il primo mito, che col vuoto a rendere ci si possa guadagnare. Semplicemente vi vengono restituiti dei soldi che avete anticipato al momento dell’acquisto. In alcuni casi ci si può guadagnare davvero, laddove è possibile “ricaricare” il contenitore, non pagando più la cauzione. Invece di pagare il solito 1.25 per la bottiglia di bibita nuova, pagherete solamente 1 euro per la ricarica.

Il sistema del vuoto a rendere permette di diminuire del 96% la quantità di rifiuti per il vetro e dell80% quello della plastica ed ovviamente la relativa tassazione. Ed allora perchè negli altri stati europei il vuoto a rendere è così diffuso,mentre in Italia non lo si utilizza praticamente?

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Un po’ di storia :

Negli anni ’50 quando si acquistava una bevanda in bottiglia, fosse un’acqua minerale, una birra, una coca-cola o quant’altro, si doveva pagare oltre al prezzo della bibita, una cauzione, una sorta di sovrattassa di poche lire, per il contenitore.
Riportando il vuoto all’esercente,o si prendeva di nuovo il pieno pagando solo il prezzo del prodotto oppure in caso di sola restituzione del vuoto la cauzione veniva restituita. Mi ricordo che mia nonna lo faceva, e si arrabbiava da morire se qualcuno rompeva una bottiglia che andava restituita.
Quei pochi soldi, moltiplicati per un discreto numero di contenitori, diventavano belle sommette ed erano un valido incentivo a portare indietro i vuoti – ai tempi vi erano bottiglie in vetro in cestelli di legno e più tardi di plastica– che venivano così riutilizzati, riutilizzati, e riutilizzati.

Poi arrivarono gli anni ’60 e ’70 del “boom economico” e nelle case italiane era tutto un fiorire di elettrodomestici, di beni di lusso e di shopping nelle grosse catene di distribuzione. Le casalinghe, e gli italiani, si stavano liberando degli ultimi residui di povertà del dopoguerra.

Negli anni ’90 (in Italia) il vuoto a rendere era ormai un’usanza di cui vergognarsi, sinonimo di povertà. Dimostrare agli altri il proprio raggiunto benessere era molto più importante che risparmiare sui contenitori. Un’epoca in cui la cura dell’ambiente e la gestione familiare non erano prese in considerazione, oppure erano viste come sintomo di “povertà”. Utilizzare prodotti col vuoto a rendere non era sfoggio di benessere.

Inoltre, in un epoca di lusso e benessere, lo sforzo di restituire i vuoti o di portare i contenitori per la ricarica era considerat superfluo, meglio apparire benestanti che “affaticarsi” e gestire un sistema che aiuta natura ed economia.

Fu così che il vuoto a rendere, IN ITALIA, a metà degli anni ’90 comincio il suo declino e la definitiva scomparasa con gli anni 2000.

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La sostanziale differenza tra il nostro paese e gli altri europei è che negli altri il sistema del vuoto a rendere si è evoluto ed ha continuato ad esistere, sostenuto da popolazione e governi, in Italia è praticamente sparito. Alcuni rari casi stanno ricomparendo, forse per via della crisi, in cui distributori di acqua ed altri alimenti liquidi (latte in primis) permettono di ricaricare contenitori di proprietà, ma l’utilizzo viene comunque visto come sinonimo di “povertà”o “sciatteria” ed ignorato da molti.